Ho visto L’Odissea al Cinema e mi è rimasto incastrato dentro.
Ci hanno sempre raccontato Ulisse come l'eroe astuto che vince, ma qui la regia fa un’operazione sovversiva.
Ci mostra che chi vince la guerra, in realtà, la perde dentro di sé. C'è un'immagine che non riesco a togliermi dalla testa, con lui che resta solo, spento, incapace di gioire mentre tutti intorno festeggiano la caduta di Troia.
Il regista è stato d'una bravura spaventosa nel ribaltare il mito. Non ci fa vedere la gloria, ma la nausea della carneficina e il senso di colpa di chi è sopravvissuto. È un'inquadratura che ti sbatte in faccia il nostro presente, smascherando l'illusione di tutte le guerre di oggi e la cieca amnesia di un'umanità che continua a celebrare i vincitori senza capire che sono solo altri carnefici e altre vittime.
E poi c'è lei, Penelope: la coscienza del racconto.
Il regista la libera dalla gabbia dell'attesa passiva, non è la donna paziente, ma è fermezza.
È lo specchio che costringe Ulisse a spogliarsi delle armi per ritrovare, finalmente, la propria dimensione umana.
Lascia anche una lezione più intima. Ci insegna che dal dolore non si scappa e che le ferite non vanno curate cancellandole, ma abitate. Il vero viaggio di Ulisse non è la rotta verso casa, ma il tentativo disperato di ritrovare una traccia di umanità dopo essere stato mostro e vittima. Non puoi anestetizzare i traumi o far finta di nulla per tornare alla tua vita come se la tempesta non ti avesse travolto...
Il senso del percorso sta nel trovare il coraggio di attraversare quelle macerie intercoordinate e accettare che non saremo mai più le persone di prima.
È un'opera d'arte
Uno schiaffo alla nostra indifferenza che continua a lavorarmi dentro a distanza di giorni, per questo secondo me va assolutamente visto.








